| | Al tempo dei romani la zona comprendente Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto ed Emilia-Romagna veniva chiamata Gallia Cisalpina che, assieme alla Gallia francese, era abitata dai discendenti dei Galli che l'avevano occupata: essi hanno conservato tutt'oggi, nella loro lingua le caratteristiche francesi dei loro antenati. La parlata di San Fratello (il Sanfratellano) si chiama "gallo-italico" perché affonda le radici nel ceppo lombardo: infatti i Longobardi dell'Italia settentrionale, giunti a San Fratello a seguito dei Normanni erano gallo-italici, cioè: discendenti degli antichi Galli. Sappiamo che i Normanni portarono al loro seguito i Longobardi perché li avevano liberati dal giogo bizantino e scesero in più ondate migratorie verso la Sicilia dal 1061 al 1125: essi vennero qui in cerca di fortuna e di nuove terre da conquistare, l fine di arricchirsi, visto che l'eredità paterna spettava solo al primogenito e per i secondi e terzogeniti non vi era altra soluzione che cercare ricchezza altrove. Essi giunsero nell’attuale centro urbano di San Fratello al seguito della regina Adelaide del Monferrato (Piemonte): essa, sposatasi con il conte Ruggero I detto il Normanno nel 1090, acquisì il territorio di San Fratello dal marito e visse per qualche tempo nel castello sulla Roccaforte con la sua corte, sino a quando Ruggero decise di risiedere temporaneamente nella vicina Troina, capitale provvisoria del regno normanno in Sicilia. I Longobardi portarono qui il loro linguaggio che si fuse armonicamente con gli elementi greci, latini e bizantini del luogo, con gli elementi arabi lasciateci dai Saraceni e con gli elementi Germanici portati dai Normanni: ne nasce una lingua vera e propria, la cui musicalità colpisce chiunque arrivi a San Fratello. Sappiamo infatti che i Longobardi del Monferrato si stabilirono all'ingresso del Castello presso la Chiesa dei Diecimila Martiri, la più antica del paese, nella zona più alta del paese, trasformandola e allunga none le tre navate per poi dedicarla al Santo a cui erano particolarmente devoti: San Nicola di Bari; tracce dell’antico tempio dedicato ai diecimila martiri sono conservate nell’attuale Parrocchia “San Nicolò di Bari” riedificata negl’anni ’50, che conserva fra i suoi ori e argenti, appartenuti al precedente tempio distrutto dopo il 1922, una reliquia argentea propria dei diecimila martiri. Gli emiliani si stabilirono nel quartiere "bando"; i discendenti dei greci e dei bizantini abitarono nella parte bassa del paese, mentre i Musulmani si stabilirono in periferia. Un'isola linguistica gallo-italica cui bisogna accostarsi per partecipare a quella ricchezza di cultura, di storia, di tradizione, di fascino che questo linguaggio rappresenta e che si è conservato quasi intatto per mille anni. Fra le colonie fondate dai Normanni nei Nebrodi allo scopo di arginare eventuali attacchi saraceni dal mare ritroviamo il gallo-italico a Novara di Sicilia, a Fondachelli, a Montalbano Elicona. Fra le colonie dell'interno che avevano lo scopo di separare le due maggiori colonie arabe di Siracusa e Agrigento, il gallo-italico viene parlato a Nicosia, Sperlinga, Aidone, Piazza Armerina (Enna), Randazzo, Caltagirone (Catania) e Ferla (Siracusa). Con l'eccezione di Sperlinga, in questi paesi il gallo-italico si è "sicilianizzato" conservando solo poche tracce della parlata originaria: a San Fratello invece gli abitanti hanno custodito gelosamente questa lingua tramandandola per generazioni fino ai nostri giorni. I suoni delle parole normanne e longobarde formano una lingua viva e incontaminata, una lingua che arricchisce d'orgogli, una lingua che è incomprensibile per il resto dell'isola ma non per questo è meno siciliana delle altre. Testo di Rosalia Ricciardi |